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SMONTARE LE PAROLE

26 Ottobre 2026

"Io ascolto e dimentico, Io vedo e ricordo, Io faccio e capisco." (attribuito a Confucio, 500 a.C.)

 

Nel nostro lavoro, tempo e studio di tanta letteratura "accademica". Quanto riusciamo a riservare alla LETTURA?

"Mi succede, ogni tanto, da lettrice onnivora quale sono, di incontrare un romanzo che mi fa pensare: chi fa il mio mestiere dovrebbe assolutamente leggerlo."

Nel libro che sto leggendo: "… SMONTARE LE PAROLE COME SI FA CON GLI OROLOGI ANTICHI PER MOSTRARE GLI INGRANAGGI ANCORA FUNZIONANTI ALL'INTERNO…" (da Celeste Ng "I nostri cuori perduti")

Il protagonista principale del romanzo è un bambino, Bird/Noah.

Il bambino, Bird, racconta: …Libro viene da liber, gli ha spiegato suo padre. È una parola che indica la scorza interna dell'albero che, a sua volta, deriva da un verbo che significa scorticare-sbucciare. Gli antichi scorticavano intere strisce di corteccia per scriverci sopra. Ma a me, piace pensare che significhi scorticare uno strato dopo l'altro per rivelare strati più profondi di significato.

…un giorno, al Museo delle Scienze. Una gigantesca sezione del tronco di un albero… avevo contato i cerchi dalla corteccia al centro e, poi, di nuovo, dall'interno verso l'esterno… custodiscono la loro storia al loro interno, a furia di togliere nuovi strati si arriva alla "spiegazione" di ogni cosa.

Poiché gli esseri umani pensano generalmente "per storie", questo avviene nelle narrazioni in psicoterapia: il paziente narra, racconta, e anche il terapeuta narra e racconta.

"I nostri cuori perduti" di Celeste Ng: un romanzo che parla di parole proibite, di storie cancellate e che mi ha riportato, come spesso accade quando leggo, al mio lavoro, a quello che accade quando l'altro entra nello spazio dell'ascolto senza ancora sapere cosa ha da dire ed io resto in attesa, in ascolto, cercando di mettere a fuoco cosa significa cercare le parole per dire qualcosa che fa male e non trovarle.

Cosa succede quando, dentro di noi, le parole vengono proibite, quando le storie vengono cancellate, quando il linguaggio diventa pericoloso?

I pazienti raccontano la loro storia, spesso iniziando dalla più recente: gli avvenimenti che hanno determinato il malessere o attivato il sintomo e per cui hanno deciso di chiedermi aiuto.

Io ascolto il racconto che si dipana attraverso le loro parole, ascolto le parole dei loro racconti.

Piano piano, seguendo la loro andatura, inizio a tentare di "smontare le parole".

Ethan, il padre di Bird, è un ex linguista che lavora come bibliotecario in un'università a Cambridge. Spiega al bambino quanto sia importante "SMONTARE LE PAROLE COME SI FA CON GLI OROLOGI ANTICHI PER MOSTRARE GLI INGRANAGGI ANCORA FUNZIONANTI ALL'INTERNO".

Per lui, le parole contengono segreti. È affascinato dalla storia di come hanno preso forma, da tutte le loro incarnazioni passate. Vuole scoprire le vie misteriose per cui erano imparentate fra di loro ricostruendone l'albero genealogico. È la prova che, nonostante il caos che ci circonda, ci può essere una logica ed un ordine nel mondo, un sistema alla sua base, e quel sistema può essere decifrato.

Eppure devo sempre stare attenta nel fare questo nello spazio di terapia.

Al principio smontare le parole crea disordine, turbamento e il racconto si "blocca", sembra che non ci siano parole disponibili.

Prestando attenzione, tuttavia, mi rendo conto che, frequentemente, le persone ricorrono sempre, nel raccontare, all'uso di alcune parole, come se fossero per loro "parole chiave", senza rendersi conto del perché continuino ad utilizzarle.

Posso immaginare che quella parola abbia una storia una storia di cui l'altro non è consapevole, ma che, su un piano profondo, continua a scegliere.

Se , ad un certo punto, glielo faccio notare, forse riusciremo, insieme, ad "aprire" quella parola per cercare cosa c'è dentro, da dove viene, cosa significava prima che l'uso la usurasse.

Margaret, la madre di Bird, è una poetessa di origini cinesi che abbandonerà la famiglia dopo che una sua opera sarà diventata il simbolo dei dissidenti.

Per Margaret, la magia non consiste in quello che le parole sono state, ma in quello di cui sono capaci, la loro capacità di dipingere, con un unico colpo di pennello, il profilo di una esperienza, i contorni di un sentimento. Come riescono a rendere dicibile l'indicibile, come riescono ad evocare una figura, una immagine, per un istante, prima che si dissolva di nuovo.

Bird è un bambino che cerca di ricordare… re-cordari: "passare di nuovo dal cuore".

Gli antichi pensavano che la memoria risiedesse nel cuore. Ricordare non significa usare il cervello, ma riportare qualcosa al cuore.

Ma come trasferire il significato indicibile in un "luogo nuovo"?

A quale strumento ricorrere?

La metafora, la metafora come strumento di cura.

Metafora (meta μετὰ: oltre, al di là o in mezzo. phero φέρω: portare, trasportare) per attivare immagini, emozioni, e intuizioni: dall'essere senza parole al dare parola.

L'indicibile non è ciò che non esiste, è ciò che esiste ma si ha la sensazione di non riuscire a trovare le parole perché l'altro, il terapeuta, acceda a condividerne il senso.

Il dolore più profondo, la vergogna, il lutto, la gioia che spaventa.

Quando il vissuto riesce a rintracciare la parola-immagine che "dipinga" quel sentimento, quella esperienza, allora il paziente riconosce qualcosa che non sapeva di sapere e può trovare le parole della condivisione.

La metafora non nomina: avvicina. Diventa il territorio da esplorare insieme.

Greimas direbbe che ogni testo, anche quello che un paziente costruisce parlando, ha una struttura profonda che organizza il senso prima ancora che le parole arrivino, e la metafora è uno degli strumenti con cui quella struttura profonda affiora.

In analisi, il momento in cui una metafora emerge spontaneamente nel racconto, non proposta dal terapeuta, ma evocata dal paziente, è quasi sempre un momento di epifania, di contatto con qualcosa di autentico.

Se il terapeuta riconosce quel momento, il paziente si ferma, la guarda, e dice: sì, è proprio così.

Quando, e se questo accade, si attiva nello spazio analitico un linguaggio, un codice segreto di condivisione.

Penso di poter affermare che quel codice andrà a costituire l'identità stessa di quella relazione analitica, quello che il paziente porterà via con sé, la sua conferma, quando, dopo il "tempo necessario", ci salutera’ per l'ultima volta.

Quel frammento di parola aperta insieme,  quel simbolo condiviso,  è il segno che qualcosa di reale è accaduto.

 

SMONTARE LE PAROLE